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Corsi di italiano

La partecipazione è libera e gratuita.
Iscrizioni nella sede del corso, fino ad esaurimento posti disponibili.
I CORSI SONO SOSPESI SABATO 15 E LUNEDÌ 17 APRILE.
 
CORSI LIVELLO BASE E PREBASE 
Le nuove iscrizioni, con compilazione della scheda di iscrizione e colloquio per stabilire il livello, vengono accettate
il lunedì prima dell’inizio dei corsi alle 18.30. 
LUOGO: primo piano dell'edificio di Via Lunelli 4, nella sede del Cinformi, Trento
ORARI: tutti i lunedì dalle 19.30 alle 21.00; tutti i martedì dalle 19.30 alle 21.00; il sabato dalle 10 alle 11.30
 
CORSO LIVELLO MEDIO ALTO
Il  corso prevede un massimo di 15 posti
Iscrizioni nella sede del corso, prima dell'inizio delle lezioni.

LUOGO: sede dell'associazione Il Gioco degli Specchi, Via San Pio X 48, Trento
ORARI: tutti i lunedì dalle 19.30 alle 21.00

Si richiede l'adesione all'associazione.

MOMENTI DI CONVERSAZIONE

Sono ripresi gli incontri tra italiani e stranieri per fare semplici conversazioni, gli uni per conoscere persone e luoghi lontani, gli altri per esercitarsi a parlare italiano.
LUOGO: sala Comunità Famiglia, via Giusti 11,Trento
ORARI: ogni giovedì ore 19.30 - 21
La partecipazione è libera e gratuita.
 
CORSI PER MAMME CON BAMBINI PICCOLI 
È iniziato il corso di italiano destinato alle donne straniere, con servizio di custodia dei bambini piccoli.
Mentre le volontarie dell'associazione insegnano italiano in base ai diversi livelli di conoscenza, altre volontarie si prendono cura dei bambini e giocano con loro.
LUOGO: Centro Alisei, via Bronzetti 29, Trento
ORARI: ogni giovedì ore 10 -11.30
La partecipazione è libera e gratuita.
 
CORSO DI ITALIANO in relazione all'esame della PATENTE DI GUIDA 
Occorre avere un buon livello di conoscenza dell'italiano Per l’iscrizione presentarsi direttamente in sede poco prima della lezione.
LUOGOsede del Gioco degli Specchi, via S.Pio X 48, Trento
ORARI: ogni giovedì ore 18
La partecipazione è libera e gratuita.
 
I corsi di italiano per stranieri e tutte le attività culturali del Gioco degli Specchi sono possibili grazie al lavoro di esperti e professionisti che collaborano con noi e garantiscono la qualità delle nostre proposte, ma anche per la fattiva condivisione dei volontari dell'associazione, che provvedono anche a necessità minime e poco gratificanti. A tutti un vivissimo e pubblico GRAZIE.

INFORMAZIONI 
Il Gioco degli Specchi
via S.Pio X 48,
38123 TRENTO
tel 0461.916251 

In questo periodo siamo saltuariamente in ufficio. Per informazioni e per appuntamenti scriveteci: info@ilgiocodeglispecchi.org.

ESPERIENZE
Trento, 6 Luglio 2006

Oggi Jasleene è arrivata spingendo il passeggino. Sam, suo figlio, ha poco più di un anno e due occhi vispi e penetranti sempre in movimento. Mi avvicino e lo prendo in braccio, mentre Jasleene, elegantissima nelle sue stoffe colorate, saluta calorosamente le sue amiche Sutima, Marta e Zahaf. Sam mi guarda; ha i capelli, ricci e lunghi, legati con un piccolo elastico all’altezza della nuca. Goffamente lo sollevo per aria – chissà se mi riconosce? Non viene spesso, il più delle volte resta a casa con il papà, un ingegnere dalla barba lunghissima e dall’aspetto signorile.
Ma quando la mamma lo porta con sé ne sono sempre felice. Sam è bellissimo, lo accarezzo e passo le mie dita sulla sua mano, liscia e paffuta. Ride, si agita, lo lascio girare liberamente mentre saluta tutti muovendo il braccio.

Lentamente il salone si riempie, ci sono i nuovi iscritti da destinare ai diversi gruppi, e tutto intorno è un accavallarsi di voci, un’allegra confusione. Jasleene solleva suo figlio e lo rimette nel passeggino; si china su di lui e prima di posargli un bacio sulla fronte gli raccomanda di stare in silenzio: la lezione sta per iniziare.

Pyn mi cerca con lo sguardo, ma ora non posso aiutarla. So cosa vuole, è iscritta all’Università, a
Lettere, e per esercitarsi scrive piccoli temi; solitamente me li fa leggere e correggere. “Sai, Pyn, puoi farlo correggere anche alla tua insegnante di italiano” le dico quando mi sento più pigro del solito. Ma alla fine cedo sempre e mi diverto a fare il maestro, con lei al mio fianco che si vergogna dei suoi errori e dice che non imparerà mai la nostra lingua. “Sei bravissima, Pyn”, ma la sua bocca si apre raramente in un sorriso. Arrossisce, scuote la testa, mi mette in mano tre caramelle e si infila in un’aula, dove la lezione è cominciata da qualche minuto.

Più tardi, scorro la lista degli iscritti nel tentativo di ricavarne una statistica; faccio un immaginario giro del mondo leggendone le provenienze, Marocco, Bolivia, Kirghizistan, Giappone, Guinea, Thailandia, Perù, Nigeria, Pakistan, Stati Uniti...e collego, cerco di collegare i nomi ai volti, i volti alle nazionalità. Mi convinco che nessuna statistica, nessun dato oggettivo possa descrivere in maniera completa e soddisfacente ciò che accade qui. Occorre guardarle negli occhi, le persone, e parlarci, per capire una volta ancora che la città, le sue strade ed i suo palazzi appartengono ora ad un “noi” un po’ più allargato, e quello che si può osservare in queste aule è un piccolo e felice esempio di convivenza. Occorre ascoltare queste lezioni, portate avanti con amore e passione, per convincersi che quello che i volontari di questa associazione fanno non può essere quantificato né incasellato nel tradizionale rapporto insegnante-alunno.
È molto, molto di più. Me lo suggeriscono i sorrisi di quanti frequentano i corsi, le risate all’uscita dalle aule, i chilometri che alcuni di loro affrontano per raggiungere la scuola, le amicizie che nascono, l’umiltà e la forza con le quali ricominciano tutto daccapo, un nuovo alfabeto, nuovi suoni, nuovi compagni di avventura, nuove città. Già, la città. Chissà cosa pensano della città? Lo chiedo sempre quando mi capita di sostituire qualche insegnante e mi trovo davanti a dieci-venti persone che provengono dai quattro angoli del pianeta.

Dopotutto anch’io non sono di questa città, anch’io mi sono costruito qui una mia dimensione. “Bella”. “Bellissima” mi sento rispondere. “Brave persone” mi dice una signora rumena con le lacrime agli occhi. Mi spiega, faticosamente, che dopo aver lasciato il suo paese ha sempre vissuto nella paura, nell’incertezza. Ora ha trovato uno spicchio di felicità, nell’appartamento nel quale vive, nella scuola che frequenta, nelle persone che incontra. È una città che li ha accolti a braccia aperte? Non lo so, non tocca a me stabilirlo. Le storie che ho ascoltato sono spesso contraddittorie, episodi di xenofobia si alternano a momenti di autentica solidarietà ed il confine tra indifferenza e piacere è tanto vago quanto quello tra indifferenza e fastidio.

Io osservo, ascolto e parlo. Vedo occhi, prima timidi e spaesati, muoversi ora con serenità e splendere con una luce diversa. Vedo la fiducia crescere in loro e capisco che questi incontri settimanali sono per molti un appuntamento irrinunciabile, un solido punto di riferimento nel caos della burocrazia e dei permessi di soggiorno. Un riparo dalla solitudine, per alcuni. Un necessario strumento di apprendimento per altri. In un anno ho visto più di seicento persone recarsi alle conversazioni e ai corsi di italiano; con tutti ho scambiato almeno una parola, con molti ho parlato a lungo e ne ho conosciuto la storia. Ho potuto assistere al compimento di progetti migratori e al fallimento di altri. Ed è sempre con estrema tristezza e dispiacere che vivo questi momenti, in cui qualcuno lascia i corsi e decide di lasciare la città, o è costretto a farlo, per motivi legali od economici. Certo, tutto rientra nel grande gioco dei flussi globali, di persone e di merci, di capitali e di culture. Tutto è già previsto dalle teorie sui movimenti migratori: c’è chi ce la fa e chi no. Ma ora quanto appreso sui libri e sui banchi dell’università mi sembra così freddo e cinico che non mi basta più. Non mi basta più sapere che c’è e ci sarà sempre qualcuno che dovrà tornare sui propri passi, magari dopo delusioni e soprusi, perché quel “qualcuno” ha ora un volto, una voce e un posto nei miei ricordi. E distaccarmene è sempre più difficile.

Chiedo sempre a tutti di presentarsi, di scandire il proprio nome e la propria provenienza, mentre siedo dietro la cattedra, con la lavagna alle mie spalle e con l’energia che l’inaspettato e per me inusuale ruolo di insegnante mi regala. Fin da piccolo sono convinto che potersi sedere davanti alla classe silenziosamente in ascolto sia un qualcosa di magico e ricco di fascino. Osservare Assan o Amarildo o Charlene che scrivono sui propri quaderni ciò che io spiego, e vederli confrontarsi, suggerirsi e correggersi a vicenda è, per me, una sensazione bellissima e assieme un’iniezione di fiducia. Io domando, loro rispondono. Io parlo, loro ascoltano. Ma il gioco è facilmente ribaltabile.

“Tu chi sei?” mi chiede una ragazza bosniaca sorridendo. Chi sono? Perché sono qua tra di loro? È un dovere o un piacere ciò che faccio? Lo farò per sempre, per professione?
“Beh, io sono uno studente universitario, italiano...mi piace stare qui con voi, spero che anche grazie al mio impegno la vostra avventura in questa città sia positiva. Voglio che parliate, senza paura; voglio trasmettervi qualcosa...”.
L’incessante costruzione della mia persona passa anche attraverso questi momenti, queste domande, questi volti. Torno a casa e porto con me gli interrogativi. In un anno ne ho accumulati molti, ad alcuni ho dato una risposta, ad altri no e la ricerca continua. È questo ciò che mi fa andare avanti, oltre gli ostacoli. Ed è questo che fa andare avanti i “nostri” studenti: la ricerca di un posto nel mondo, definitivo o temporaneo; la ricerca di un’identità, multipla o ibrida; la ricerca di uno strumento per comunicare.

Ora la lezione è finita. È un coro di “grazie” quello che mi rivolgono gli studenti all’uscita dall’aula. Alcuni si avvicinano e mi stringono la mano, è un rito che si ripete ad ogni incontro. Mehmet mi aspetta sull’uscio della porta, stringe fra le dita il quaderno ed il suo preziosissimo libro di grammatica pakistana-italiana. Mi guarda con due occhi nerissimi e con dolcezza e preoccupazione mi chiede “Quando chiude la scuola?”
“Ad agosto, per qualche settimana” gli rispondo.
“OK. Ma posso venire anche quando l’italiano lo saprò benissimo?”

Andrea Petrella